Bibliografia

DR. CHRISTOPH PAULUS “Serial Killer: cause estreme della violenza”, traduzione di Cristina Commandini


 



Formazione e sviluppo di una motivazione
estremamente aggressiva

Ricomponendo le varie teorie fin qui citate in una sorta di mosaico, si delinea un quadro generale relativo alla motivazione estremamente aggressiva. Nell’ottica del movente dell’aggressione, si prospetta la seguente sequenza motivazionale:

1. la situazione iniziale è data dalla percezione di un mondo violento, prodotta probabilmente da esperienze infantili negative e frustranti inerenti il rapporto con genitori o amici, associata ad esperienze intense, negative e deleterie per la propria autostima, riguardanti le fasi successive della vita quotidiana;
2. la causa scatenante può essere costituita da un’esperienza frustrante verso cui si ha una reazione collerica;
3. la situazione vissuta viene considerata ingiustificata ed arbitraria, pertanto il risentimento si trasforma in ferocia;.
4. si innesca il movente dell’aggressione e si attualizzano i sistemi generalizzati relativi agli obiettivi (vendetta nei confronti di singole persone o della società, conseguimento del controllo sull’ambiente) assieme alle emozioni positive derivanti dalle aspettative;
5. si valutano gli obiettivi specifici di una determinata situazione e le possibilità d’azione, di cui vengono calcolate le probabilità di successo;
6. qualora il momento sia propizio, si passa all’azione;
7. nel caso in cui l’azione procede come previsto, il criminale prova forti emozioni (felicità, gioia, gratificazione, potere, appagamento sessuale, maggiore coscienza del proprio valore);
8. la motivazione scompare (catarsi), gli elementi del movente si rafforzano in senso positivo per effetto dell’esito dell’azione, le strategie di azione di tipo aggressivo divengono più probabili (al contrario di quelle non aggressive);
9. nel caso in cui il criminale non venga catturato dopo il primo omicidio, si riducono gli eventuali meccanismi inibitori (specialmente il timore di fronte alla pena) e vengono sostituiti da un senso di inattaccabilità (si verifica il passaggio dai meccanismi inibitori preesistenti ai meccanismi di attivazione). Totale assenza di altri fattori inibitori, ad esempio la pietà.

Nell’ottica del movente dell’aggressione, il proseguimento di un crimine mai compiuto prima ed il relativo perfezionamento (cioè il passaggio effettivo da omicida a pluriomicida) si possono interpretare attraverso la riduzione dell’inibizione nei confronti dell’aggressione ed il contemporaneo rinvigorimento di alcune componenti proprie del movente dell’aggressione.

Il primo elemento si basa sulla consapevolezza da parte dei criminali di non poter essere catturati in tempi brevi, il che porta ad un’ulteriore riduzione della componente inibitoria circa il “timore nei confronti della pena”. Inizialmente, il serial killer ventiduenne Oleg Kusnezow si limitò a violentare “soltanto” le sue vittime, ma le sue minacce di violenza ebbero successo al punto tale che nessuna delle donne lo ha mai denunciato. “Questo lo rendeva sicuro di sé, liberandolo dal timore di essere punito” (KRIVITCH & OLGIN, 1992).

Anche nel caso di Andreji Tschikatilo (52 omicidi), il timore di fronte alla pena varia gradualmente: dopo il primo delitto, adotta a lungo un comportamento sorprendentemente calmo “ovviamente ha paura”, KRIVITCH & OLGIN, 1992). In seguito viene arrestata un’altra persona al suo posto, come presunto omicida, che viene poi persino condannata a morte. Nel caso di Andreji Tschikatilo si evidenzia il senso di inattaccabilità, ovvero di immunità da qualsiasi pena, anche in virtù del fatto che, in precedenza, era già stato due volte in custodia preventiva, ma poi regolarmente rilasciato (“Infine era giunto alla conclusione che, essendo scampato al procedimento penale, era quindi immune da qualsiasi pena”, ibid.).

Altri fattori inibitori, quali l’empatia o il senso di colpa, sono fin dall’inizio inefficaci o si sviluppano in modo inefficace. A proposito di Andreji Tschikatilo, Major Jewsejew sostiene: “A giudicare dal suo comportamento (durante l’ispezione del luogo del delitto, dopo la quale era già stato arrestato definitivamente, N.d.A.) non provava alcun senso di colpa, alcun tipo di rimorso o compassione nei riguardi delle vittime”.

Quando il giudice gli aveva chiesto se fosse mai stato sfiorato dall’idea di aver provocato dolore nelle vittime o se, ogniqualvolta aveva ucciso un ragazzo, avesse mai pensato a suo figlio, questi rispose:” Non mi è venuto in mente” (ibid.). Ted Bundy, sospettato dall’FBI di aver ucciso dalle 35 alle 60 donne, fu catturato due volte e regolarmente riuscì a fuggire (RESSLER et al., 1992).

Con il moltiplicarsi dei delitti, l’assassino diviene anche più esperto, perfeziona le proprie capacità ed acquisisce maggiore abilità anche per quel che riguarda la componente aggressiva (A. Tschikatilo: “Ho imparato a non sporcarmi. Tenevo il coltello con la mano sinistra. Scrivo con la mano destra, ma tengo il coltello con la sinistra se devo tagliare il cibo” (KRIVITCH & OLGIN, 1992). In tal modo le strategie d’azione non aggressive scivolano ulteriormente in secondo piano e, al momento opportuno, l’azione motivata scaturisce pressoché da sola.

Oltre alla consapevolezza di essere insospettabili, aumenta anche la percentuale di egoismo, di pianificazione dei delitti successivi (contrariamente al primo omicidio, casuale e spesso dettato da uno stato di eccitazione), nonché di violenza esercitata nei confronti delle vittime. “Jeffrey Dahmer è il rappresentante tipico del serial killer: inizia con una certa cautela, in un primo momento si spaventa di se stesso ma continua ad uccidere.

Riduce ulteriormente gli intervalli di tempo tra i delitti divenendo, di volta in volta, sempre più abile. Diventa poi più audace e spericolato, in quanto ritiene che nessun mortale gli possa nuocere ed è convinto di essere l’unico detentore del potere di vita e di morta” (RESSLER et al., 1992).