Bibliografia

Roberto Marchesini, Natura e Pedagogia, Teoria, Roma 1996

J.Douglas, Mind Hunter, Euroclub 1997, cit da p. 93 a p. 101, cit p. 113. cit. p 209, cit p. 213

W.Friederich, (1992), (comunicazione personale), citato in Ascione (1993), Children who are cruel to animals: A review of research and implication for developmental psychopatology, < Anthroos>, VI, 226-247
 


Il cacciatore di menti
di John Douglas

La tendenza all’aggressività, si può esprimere in modi completamente diversi e non necessariamente violenti. Del resto se l’aggressività come tendenza fa parte del nostro modo di essere, la violenza come espressione di aggressività fa parte del tipo di educazione che noi riceviamo. È l’educazione che definisce il modo in cui si manifesterà questa tendenza, attraverso un percorso ad esempio di veemenza verbale piuttosto che uno di violenza fisica. La violenza perciò non è propriamente un problema d’istinto, ma è un modo appreso di esprimere un istinto. L’educazione, e in questo si intende soprattutto l’esempio, indirizza, plasma, dà forma all’aggressività.

Il bambino tende ad imitare il comportamento dell’adulto, se l’adulto mostrerà atteggiamenti di crudeltà il bambino cercherà di imitarlo o comunque si assuefarà ad essi.
Per il fanciullo animale o uomo sarà completamente indifferente. Egli impara infatti l’atteggiamento violento, poiché viene educato a porsi in modo crudele nei confronti dell’alterità. È necessario tenere in considerazione proprio questi due punti, ovvero l’atteggiamento violento e il disprezzo dell’altro, come due costumi in qualche modo preparatori di successive azioni di violenza.

L’ATTEGGIAMENTO VIOLENTO è una disposizione che si viene a formare nel rapporto con la realtà esterna, in particolar modo con le persone più vicine, ad esempio il genitore. Se al bambino ci si rapporta con violenza egli imparerà ad interagire con il mondo esterno, in modo violento, esattamente come tutte le altre abitudini domestiche, quali il tono della voce, la cadenza del linguaggio, il modo di gesticolare. Esiste perciò un ambito che si potrebbe dire automatico dell’atteggiamento violento che è stile di vita, quotidianità, abitudine.
In tale ambito l’atteggiamento violento è rivolto ad un “mondo esterno”, “altro da sé”, che comprende indifferentemente uomini o animali, ciò è testimoniato dalla recente ricerca psicologica che ha dimostrato che in una famiglia violenta che possiede un animale domestico, la violenza viene spesso esercitata non soltanto nei confronti di uno o più membri della famiglia (in genere le donne o i bambini), ma anche nei confronti dell’animale.

I comportamenti violenti possono essere manifestati sia dagli adulti che dai bambini. [R.Marchesini 1996]
Uno studio molto importante in questo campo è stato quello effettuato da Deviney, Dickert e Lockwood (1983).
Gli autori hanno esaminato un certo numero di famiglie del New Jersey che avevano un animale domestico. Queste famiglie erano anche conosciute dai servizi sociali per maltrattamenti nei confronti dei minori. Hanno potuto rilevare che nel 60% di queste famiglie i maltrattamenti riguardavano anche l’animale domestico. Giustamente gli autori hanno sottolineato che i maltrattamenti degli animali possono essere un indicatore potenziale di altri problemi familiari. Questi dati sono stati confermati da numerose ricerche.

Molti bambini che vivono in famiglie violente sono a loro volta violenti verso gli animali che hanno in casa o verso gli animali in genere. Friederich (1992) ha rilevato che i bambini che hanno subito abusi sessuali manifestano comportamenti crudeli verso gli animali più frequentemente dei bambini che non hanno subito abusi sessuali (il 35% rispetto al 5% nei maschi, il 27% rispetto al 3% nelle femmine).
Non a caso un altro ambito della violenza da tenere in considerazione è legato all’esperienza di violenze subite: quasi sempre i cosiddetti mostri, che uccidono a ripetizione a causa di turbe psichiche, hanno subito da bambini quella che viene definita “pedagogia nera”, cioè una storia complessa di maltrattamenti.
Un bambino che riceverà violenza da un genitore tenderà ad essere più violento o meglio, dovrà sforzarsi di più per mitigare questa disposizione.

Ciò viene ampiamente documentato da John Douglas nella sua autobiografia Mind Hunter, il Cacciatore di Menti. La mente a cui per quindici anni Douglas ha dato la caccia è quella dei criminali che non agiscono in base ad un movente, e che proprio per questo ci appaiono come la più mostruosa, crudele e inquietante manifestazione del male assoluto: i Serial Killer.

Per scoprire i serial killer, l’autore ha sviluppato la tecnica investigativa del “profilo psicologico”: ogni indizio, ogni tratto che rivela un’abitudine, ogni costante nella scelta delle vittime o nelle modalità dell’omicidio serve, in mano a Douglas e agli altri agenti della “Sezione Ricerche Comportamentali” dell’FBI, a designare quell’identikit psicologico che rappresenta l’arma più efficace per snidare criminali diabolicamente astuti e accorti.
Tra i tantissimi casi trattati e risolti da Douglas nel corso della sua attività di anni, riportiamo qui in breve, quelli che ci sono sembrati i più significativi rispetto all’argomento trattato in questo contesto. I casi di Ed Kemper, Richard Speck e Robert Hansen.

“Ednund Emil Kemper III era nato il 18 dicembre del 1968 a Burbank, California. Aveva due sorelle più giovani e i genitori si erano separati dopo anni di continui litigi. Quando cominciò ad esibire comportamenti <<strani>>, tra i quali lo smembramento dei due gatti di casa e l’espletamento di bizzarri rituali di morte con la sorella maggiore, Susan, la madre decise di affidarlo alla all’ex marito. Successivamente, quando fuggi per tornare da lei, Ed fu accolto dai nonni paterni che abitavano in una fattoria isolata. Qui visse solo e infelice fino a un pomeriggio dell’agosto del 1963, quando, quattordicenne, sparò con un fucile calibro 22 alla nonna Maude, e ne pugnalò ripetutamente il cadavere con un coltello da cucina. (…) Sapendo che il nonno non avrebbe ritenuto accettabile il suo comportamento, l’adolescente ne attese il ritorno e dopo averlo ucciso ne lasciò il cadavere in cortile. Alle domande della polizia, rispose stringendosi nelle spalle che si era semplicemente chiesto che effetto avrebbe fatto sparare alla nonna. Dimesso dall’ospedale psichiatrico di Stato di Atascadero, nonostante il parere contrario degli psichiatri, fu affidato alla madre che dopo il fallimento del terzo matrimonio lavorava come segretaria presso l’università della California. (…) il 9 gennaio del 1973, Kemper rapì un’altra studentessa, Cindy Schall. Minacciandola con un fucile, la costrinse ad entrare nel bagagliaio della sua auto e quindi le sparò.

Seguendo uno schema ormai abituale, portò il cadavere a casa, lo violentò, lo sezionò nella vasca da bagno e quindi ne sparpagliò i resti, chiusi in sacchetti, a Carmel sulla scogliera. La testa della Schall venne sepolta nel cortile sul retro, con il viso rivolto verso la camera da letto della madre di Kemper. Lei non aveva forse sempre voluto che la gente alzasse gli occhi per guardarla?
(…) Kemper fu condannato per otto omicidi di primo grado, e quando gli venne chiesto quale punizione ritenesse adeguata alle proprie colpe rispose: << La morte per tortura >>.

(…) Non c’era da dubitare che il matrimonio dei suoi fosse stato un terribile errore. Sua madre, ci disse lo aveva odiato proprio perché assomigliava all’ex marito. A dieci anni Ed era già gigantesco, e a quel punto Clarnell (così si chiamava la donna) aveva cominciato a temere che molestasse la sorella Susan. Per impedirlo prese l’abitudine di chiuderlo ogni sera a chiave nello scantinato. Ed era terrorizzato da quelle lunghe notti solitarie, e fu allora che iniziò a nutrire risentimento verso le due donne. Più o meno nello stesso periodo i genitori arrivarono alla separazione definitiva.

A causa delle sue dimensioni, della timidezza e della mancanza di un modello famigliare in cui identificarsi, Ed era sempre stato un ragazzo chiuso e diverso. Venire rinchiuso come un prigioniero nel seminterrato contribuì a farlo sentire colpevole e pericoloso senza che in realtà avesse fatto nulla di male, e a suscitare in lui propositi omicidi.

Fu in seguito a questa esperienza che mutilò e uccise i due gatti di casa, uno con un coltello a serramanico e l’altro con un macete. Successivamente si sarebbe scoperto che le manifestazioni di crudeltà verso i piccoli animali durante l’età infantile costituivano la chiave di volta di quella che sarebbe divenuta nota come la << triade omicida >>, e che comprende l’enuresi notturna e al tendenza alla piromania.

(…) In molti degli autori di omicidi a sfondo sessuale, il passaggio dalla fantasia alla realtà conosce più fasi ed è spesso incentivato dalla pornografia, da morbosi esperimenti sugli animali e dalla crudeltà verso i propri simili. (…) Kemper ci raccontò che prima di smembrare i due gatti di casa aveva rubato una delle due bambole della sorella e le aveva tagliato la testa e le mani. Su un altro livello la principale fantasia di Kemper era quella di liberarsi della madre dominatrice e violenta, e tutto il suo operato di assassino può essere letto in questo contesto.

Tutto quanto ho appreso e sperimentato mi dice che gli individui sono responsabili delle loro azioni. Eppure, a mio avviso Ed Kemper non era nato assassino. Avrebbe intrattenuto simili atroci fantasie se avesse avuto una vita famigliare più stabile, affettivamente più ricca? Impossibile saperlo. Ma avrebbe agito come ha fatto se non avesse nutrito una terribile collera verso la figura femminile dominante della sua vita? Io non credo… mi sembra evidente che l’escalation omicida di Kemper debba essere letta come un tentativo di farla pagare alla cara vecchia mamma. Compiuto l’atto supremo il dramma giunge a compimento.”

“Richard Franklin Spek condannato a più ergastoli per l’omicidio di otto allieve infermiere in un’abitazione di Chicago nel 1966, (…). Non era esattamente un detenuto modello. (…) Un giorno, trovò e curò un passerotto che si era ferito entrando da una finestra coi vetri rotti. Prese l’abitudine di legarlo per la zampina con una cordicella e di farlo appollaiare sulla sua spalla. A un certo punto, però, una delle guardie gli fece notare che gli animali non erano ammessi. << Non posso tenerlo? >> replicò Speck in tono di sfida, e avvicinandosi ad un ventilatore in funzione vi cacciò dentro il passerotto.
<< Credevo che quell’uccellino ti piacesse >> balbettò l’agente orripilato.
<< E così era >> replicò l’altro. << Ma se io non posso averlo, non lo avrà nessuno.>>”
“ Nel 1924, Richard Connell scrisse un breve racconto intitolato The Most Dangerous Game. Parlava di un esperto di caccia grossa, il generale Zaroff, che, stanco degli animali, si era dedicato ad una preda ben più intelligente e interessante: gli esseri umani.
Per quanto ne so, fino al 1980 circa, il racconto di Connell rimase confinato nel regno della fantasia, ma tutto cambiò con l’entrata in scena di un mite fornaio di Anchorage, Alaska: Robert Hansen.”
Hansen violentò e uccise quattro prostitute.

“Mi sembrava inoltre molto significativo che Hansen fosse noto come abile cacciatore. Con questo non voglio dire che tutti i cacciatori sono personalità inadeguate, ma l’esperienza mi ha insegnato che molti cercano di compensare la propria inadeguatezza praticando la caccia o il gioco della guerra.”
Il maltrattamento degli animali ha delle forti connotazioni psicologiche, la violenza spesso è un modo per superare un forte senso di inferiorità.

Per quanto riguarda i bambini ad esempio, è importante riflettere anche sul ruolo di rivalsa che la violenza sugli animali rappresenta. Il bambino è sottoposto ad un ambiente coercitivo, zeppo di regole e perciò di imposizioni, che evidentemente sono direttamente proporzionali al grado di complessità tecnologica del nostro ambiente di vita.

Quale influenza può avere questo reiterato stato di incapacità, di isolamento in un mondo altamente complesso?
Adler sottolinea come in realtà l’atto crudele non sia altro che una sovrastruttura compensatrice di un sentimento di inferiorità. È necessario quindi prevenire quelle forme di frustrazione che tendono a generare spontaneamente fenomeni di violenza e sviluppare nel bambino quello stato di equilibrio psicologico definito da Piaget come capacità del soggetto di affrontare le perturbazioni esterne, cioè di creare un sistema aperto di compensazione. La frustrazione va perciò in direzione opposta ad un’educazione che si ponga come obiettivo la prevenzione della risposta violenta da parte del fanciullo.
“L’atteggiamento violento è l’esito di un processo diseducativo complesso e reiterato che va analizzato con attenzione perché è sempre una spia di un qualche cosa che non va. La violenza sugli animali inoltre funge quasi sempre da battistrada per altre forme di violenza, perché determina dei meccanismi di rinforzo altamente pericolosi.”

IL DISPREZZO DELLA ALTERITA’ è un fenomeno molto diffuso nel nostro tempo, anche se a parole l’uomo di oggi si spreca in demagogiche affermazioni di rispetto per il prossimo. È infatti il modello culturale, il paradigma su cui si regge la nostra società, che nega il riconoscimento dell’alterità spingendo al massimo il pedale dell’egotismo e creando uno squilibrio tra l’io e l’alterità.
“L’altro, nell’immaginario odierno, è il luogo dove finisce il nostro piacere, è il confine della libertà, è un termine da spostare giacché le frontiere del nostro io si devono espandere all’infinito. Questo modello è ancora più vero se applicato agli animali poiché è sostanziato da una cultura fondata sulla valorizzazione di tutta la realtà non umana. L’alterità animale non viene riconosciuta e pertanto non è visibile nel modello culturale attuale.

Questo problema di visibilità si traduce in un’incapacità di improntare percorsi educativi empatici, e di riconoscere dei bisogni del tutto differenti da quelli umani. La nostra cultura che pone l’uomo come sistema metrico delle espressioni e delle esigenze fa dell’animale una specie di errore che non vale la seppur attenzione morale.

Si riscontra con molta più frequenza un’ostinazione agnostica, nell’esaminare le questioni riguardanti l’alterità animale, che rivela in realtà il bisogno di mantenere in ambito culturale lo status quo.
In realtà solo riconoscendo una concezione morale di alterità animale si potranno combattere efficacemente le violenze quotidiane sugli animali. [R.Marchesini 1996]

 

 
 
 




J.Douglas ha lavorato per venticinque anni nell’FBI, attualmente continua la sua opera come consulente. Laureato in psicologia è divenuto il maggiore esperto mondiale di analisi della mente criminale. Consulente durante la lavorazione del film "Il silenzio degli innocenti", è coautore di alcuni fondamentali testi di criminologia sugli omicidi a sfondo sessuale e sulla classificazione dei delitti.