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Il cacciatore di menti
di John Douglas
La tendenza allaggressività, si può
esprimere in modi completamente diversi e non necessariamente
violenti. Del resto se laggressività come tendenza
fa parte del nostro modo di essere, la violenza come espressione
di aggressività fa parte del tipo di educazione che
noi riceviamo. È leducazione che definisce
il modo in cui si manifesterà questa tendenza, attraverso
un percorso ad esempio di veemenza verbale piuttosto che
uno di violenza fisica. La violenza perciò non è
propriamente un problema distinto, ma è un
modo appreso di esprimere un istinto. Leducazione,
e in questo si intende soprattutto lesempio, indirizza,
plasma, dà forma allaggressività.
Il bambino tende ad imitare il comportamento delladulto,
se ladulto mostrerà atteggiamenti di crudeltà
il bambino cercherà di imitarlo o comunque si assuefarà
ad essi.
Per il fanciullo animale o uomo sarà completamente
indifferente. Egli impara infatti latteggiamento violento,
poiché viene educato a porsi in modo crudele nei
confronti dellalterità. È necessario
tenere in considerazione proprio questi due punti, ovvero
latteggiamento violento e il disprezzo dellaltro,
come due costumi in qualche modo preparatori di successive
azioni di violenza.
LATTEGGIAMENTO VIOLENTO è una disposizione
che si viene a formare nel rapporto con la realtà
esterna, in particolar modo con le persone più vicine,
ad esempio il genitore. Se al bambino ci si rapporta con
violenza egli imparerà ad interagire con il mondo
esterno, in modo violento, esattamente come tutte le altre
abitudini domestiche, quali il tono della voce, la cadenza
del linguaggio, il modo di gesticolare. Esiste perciò
un ambito che si potrebbe dire automatico dellatteggiamento
violento che è stile di vita, quotidianità,
abitudine.
In tale ambito latteggiamento violento è rivolto
ad un mondo esterno, altro da sé,
che comprende indifferentemente uomini o animali, ciò
è testimoniato dalla recente ricerca psicologica
che ha dimostrato che in una famiglia violenta che possiede
un animale domestico, la violenza viene spesso esercitata
non soltanto nei confronti di uno o più membri della
famiglia (in genere le donne o i bambini), ma anche nei
confronti dellanimale.
I comportamenti violenti possono essere manifestati sia
dagli adulti che dai bambini. [R.Marchesini 1996]
Uno studio molto importante in questo campo è stato
quello effettuato da Deviney, Dickert e Lockwood (1983).
Gli autori hanno esaminato un certo numero di famiglie del
New Jersey che avevano un animale domestico. Queste famiglie
erano anche conosciute dai servizi sociali per maltrattamenti
nei confronti dei minori. Hanno potuto rilevare che nel
60% di queste famiglie i maltrattamenti riguardavano anche
lanimale domestico. Giustamente gli autori hanno sottolineato
che i maltrattamenti degli animali possono essere un indicatore
potenziale di altri problemi familiari. Questi dati sono
stati confermati da numerose ricerche.
Molti bambini che vivono in famiglie violente sono a loro
volta violenti verso gli animali che hanno in casa o verso
gli animali in genere. Friederich (1992) ha rilevato che
i bambini che hanno subito abusi sessuali manifestano comportamenti
crudeli verso gli animali più frequentemente dei
bambini che non hanno subito abusi sessuali (il 35% rispetto
al 5% nei maschi, il 27% rispetto al 3% nelle femmine).
Non a caso un altro ambito della violenza da tenere in considerazione
è legato allesperienza di violenze subite:
quasi sempre i cosiddetti mostri, che uccidono a ripetizione
a causa di turbe psichiche, hanno subito da bambini quella
che viene definita pedagogia nera, cioè
una storia complessa di maltrattamenti.
Un bambino che riceverà violenza da un genitore tenderà
ad essere più violento o meglio, dovrà sforzarsi
di più per mitigare questa disposizione.
Ciò viene ampiamente documentato da John Douglas
nella sua autobiografia Mind Hunter, il Cacciatore di Menti.
La mente a cui per quindici anni Douglas ha dato la caccia
è quella dei criminali che non agiscono in base ad
un movente, e che proprio per questo ci appaiono come la
più mostruosa, crudele e inquietante manifestazione
del male assoluto: i Serial Killer.
Per scoprire i serial killer, lautore ha sviluppato
la tecnica investigativa del profilo psicologico:
ogni indizio, ogni tratto che rivela unabitudine,
ogni costante nella scelta delle vittime o nelle modalità
dellomicidio serve, in mano a Douglas e agli altri
agenti della Sezione Ricerche Comportamentali
dellFBI, a designare quellidentikit psicologico
che rappresenta larma più efficace per snidare
criminali diabolicamente astuti e accorti.
Tra i tantissimi casi trattati e risolti da Douglas nel
corso della sua attività di anni, riportiamo qui
in breve, quelli che ci sono sembrati i più significativi
rispetto allargomento trattato in questo contesto.
I casi di Ed Kemper, Richard Speck e Robert Hansen.
Ednund Emil Kemper III era nato il 18 dicembre del
1968 a Burbank, California. Aveva due sorelle più
giovani e i genitori si erano separati dopo anni di continui
litigi. Quando cominciò ad esibire comportamenti
<<strani>>, tra i quali lo smembramento dei
due gatti di casa e lespletamento di bizzarri rituali
di morte con la sorella maggiore, Susan, la madre decise
di affidarlo alla allex marito. Successivamente, quando
fuggi per tornare da lei, Ed fu accolto dai nonni paterni
che abitavano in una fattoria isolata. Qui visse solo e
infelice fino a un pomeriggio dellagosto del 1963,
quando, quattordicenne, sparò con un fucile calibro
22 alla nonna Maude, e ne pugnalò ripetutamente il
cadavere con un coltello da cucina. (
) Sapendo che
il nonno non avrebbe ritenuto accettabile il suo comportamento,
ladolescente ne attese il ritorno e dopo averlo ucciso
ne lasciò il cadavere in cortile. Alle domande della
polizia, rispose stringendosi nelle spalle che si era semplicemente
chiesto che effetto avrebbe fatto sparare alla nonna. Dimesso
dallospedale psichiatrico di Stato di Atascadero,
nonostante il parere contrario degli psichiatri, fu affidato
alla madre che dopo il fallimento del terzo matrimonio lavorava
come segretaria presso luniversità della California.
(
) il 9 gennaio del 1973, Kemper rapì unaltra
studentessa, Cindy Schall. Minacciandola con un fucile,
la costrinse ad entrare nel bagagliaio della sua auto e
quindi le sparò.
Seguendo uno schema ormai abituale, portò il cadavere
a casa, lo violentò, lo sezionò nella vasca
da bagno e quindi ne sparpagliò i resti, chiusi in
sacchetti, a Carmel sulla scogliera. La testa della Schall
venne sepolta nel cortile sul retro, con il viso rivolto
verso la camera da letto della madre di Kemper. Lei non
aveva forse sempre voluto che la gente alzasse gli occhi
per guardarla?
(
) Kemper fu condannato per otto omicidi di primo
grado, e quando gli venne chiesto quale punizione ritenesse
adeguata alle proprie colpe rispose: << La morte per
tortura >>.
(
) Non cera da dubitare che il matrimonio dei
suoi fosse stato un terribile errore. Sua madre, ci disse
lo aveva odiato proprio perché assomigliava allex
marito. A dieci anni Ed era già gigantesco, e a quel
punto Clarnell (così si chiamava la donna) aveva
cominciato a temere che molestasse la sorella Susan. Per
impedirlo prese labitudine di chiuderlo ogni sera
a chiave nello scantinato. Ed era terrorizzato da quelle
lunghe notti solitarie, e fu allora che iniziò a
nutrire risentimento verso le due donne. Più o meno
nello stesso periodo i genitori arrivarono alla separazione
definitiva.
A causa delle sue dimensioni, della timidezza e della mancanza
di un modello famigliare in cui identificarsi, Ed era sempre
stato un ragazzo chiuso e diverso. Venire rinchiuso come
un prigioniero nel seminterrato contribuì a farlo
sentire colpevole e pericoloso senza che in realtà
avesse fatto nulla di male, e a suscitare in lui propositi
omicidi.
Fu in seguito a questa esperienza che mutilò e uccise
i due gatti di casa, uno con un coltello a serramanico e
laltro con un macete. Successivamente si sarebbe scoperto
che le manifestazioni di crudeltà verso i piccoli
animali durante letà infantile costituivano
la chiave di volta di quella che sarebbe divenuta nota come
la << triade omicida >>, e che comprende lenuresi
notturna e al tendenza alla piromania.
(
) In molti degli autori di omicidi a sfondo sessuale,
il passaggio dalla fantasia alla realtà conosce più
fasi ed è spesso incentivato dalla pornografia, da
morbosi esperimenti sugli animali e dalla crudeltà
verso i propri simili. (
) Kemper ci raccontò
che prima di smembrare i due gatti di casa aveva rubato
una delle due bambole della sorella e le aveva tagliato
la testa e le mani. Su un altro livello la principale fantasia
di Kemper era quella di liberarsi della madre dominatrice
e violenta, e tutto il suo operato di assassino può
essere letto in questo contesto.
Tutto quanto ho appreso e sperimentato mi dice che gli individui
sono responsabili delle loro azioni. Eppure, a mio avviso
Ed Kemper non era nato assassino. Avrebbe intrattenuto simili
atroci fantasie se avesse avuto una vita famigliare più
stabile, affettivamente più ricca? Impossibile saperlo.
Ma avrebbe agito come ha fatto se non avesse nutrito una
terribile collera verso la figura femminile dominante della
sua vita? Io non credo
mi sembra evidente che lescalation
omicida di Kemper debba essere letta come un tentativo di
farla pagare alla cara vecchia mamma. Compiuto latto
supremo il dramma giunge a compimento.
Richard Franklin Spek condannato a più ergastoli
per lomicidio di otto allieve infermiere in unabitazione
di Chicago nel 1966, (
). Non era esattamente un detenuto
modello. (
) Un giorno, trovò e curò
un passerotto che si era ferito entrando da una finestra
coi vetri rotti. Prese labitudine di legarlo per la
zampina con una cordicella e di farlo appollaiare sulla
sua spalla. A un certo punto, però, una delle guardie
gli fece notare che gli animali non erano ammessi. <<
Non posso tenerlo? >> replicò Speck in tono
di sfida, e avvicinandosi ad un ventilatore in funzione
vi cacciò dentro il passerotto.
<< Credevo che quelluccellino ti piacesse >>
balbettò lagente orripilato.
<< E così era >> replicò laltro.
<< Ma se io non posso averlo, non lo avrà nessuno.>>
Nel 1924, Richard Connell scrisse un breve racconto
intitolato The Most Dangerous Game. Parlava di un esperto
di caccia grossa, il generale Zaroff, che, stanco degli
animali, si era dedicato ad una preda ben più intelligente
e interessante: gli esseri umani.
Per quanto ne so, fino al 1980 circa, il racconto di Connell
rimase confinato nel regno della fantasia, ma tutto cambiò
con lentrata in scena di un mite fornaio di Anchorage,
Alaska: Robert Hansen.
Hansen violentò e uccise quattro prostitute.
Mi sembrava inoltre molto significativo che Hansen
fosse noto come abile cacciatore. Con questo non voglio
dire che tutti i cacciatori sono personalità inadeguate,
ma lesperienza mi ha insegnato che molti cercano di
compensare la propria inadeguatezza praticando la caccia
o il gioco della guerra.
Il maltrattamento degli animali ha delle forti connotazioni
psicologiche, la violenza spesso è un modo per superare
un forte senso di inferiorità.
Per quanto riguarda i bambini ad esempio, è importante
riflettere anche sul ruolo di rivalsa che la violenza sugli
animali rappresenta. Il bambino è sottoposto ad un
ambiente coercitivo, zeppo di regole e perciò di
imposizioni, che evidentemente sono direttamente proporzionali
al grado di complessità tecnologica del nostro ambiente
di vita.
Quale influenza può avere questo reiterato stato
di incapacità, di isolamento in un mondo altamente
complesso?
Adler sottolinea come in realtà latto crudele
non sia altro che una sovrastruttura compensatrice di un
sentimento di inferiorità. È necessario quindi
prevenire quelle forme di frustrazione che tendono a generare
spontaneamente fenomeni di violenza e sviluppare nel bambino
quello stato di equilibrio psicologico definito da Piaget
come capacità del soggetto di affrontare le perturbazioni
esterne, cioè di creare un sistema aperto di compensazione.
La frustrazione va perciò in direzione opposta ad
uneducazione che si ponga come obiettivo la prevenzione
della risposta violenta da parte del fanciullo.
Latteggiamento violento è lesito
di un processo diseducativo complesso e reiterato che va
analizzato con attenzione perché è sempre
una spia di un qualche cosa che non va. La violenza sugli
animali inoltre funge quasi sempre da battistrada per altre
forme di violenza, perché determina dei meccanismi
di rinforzo altamente pericolosi.
IL DISPREZZO DELLA ALTERITA è un fenomeno molto
diffuso nel nostro tempo, anche se a parole luomo
di oggi si spreca in demagogiche affermazioni di rispetto
per il prossimo. È infatti il modello culturale,
il paradigma su cui si regge la nostra società, che
nega il riconoscimento dellalterità spingendo
al massimo il pedale dellegotismo e creando uno squilibrio
tra lio e lalterità.
Laltro, nellimmaginario odierno, è
il luogo dove finisce il nostro piacere, è il confine
della libertà, è un termine da spostare giacché
le frontiere del nostro io si devono espandere allinfinito.
Questo modello è ancora più vero se applicato
agli animali poiché è sostanziato da una cultura
fondata sulla valorizzazione di tutta la realtà non
umana. Lalterità animale non viene riconosciuta
e pertanto non è visibile nel modello culturale attuale.
Questo problema di visibilità si traduce in unincapacità
di improntare percorsi educativi empatici, e di riconoscere
dei bisogni del tutto differenti da quelli umani. La nostra
cultura che pone luomo come sistema metrico delle
espressioni e delle esigenze fa dellanimale una specie
di errore che non vale la seppur attenzione morale.
Si riscontra con molta più frequenza unostinazione
agnostica, nellesaminare le questioni riguardanti
lalterità animale, che rivela in realtà
il bisogno di mantenere in ambito culturale lo status quo.
In realtà solo riconoscendo una concezione morale
di alterità animale si potranno combattere efficacemente
le violenze quotidiane sugli animali. [R.Marchesini 1996]
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