IT
Stephen King (1986)
L’ORRORE ORDINARIO E STRAORDINARIO

Il romanzo forse più amato del grande autore americano ci trasporta a Derry, nel Maine, dove sono ambientate altre storie di King; la realtà sociale del Maine è terreno noto per l’Autore. Non voglio dilungarmi sull’importanza che il territorio ha nella costruzione della trama, ma mi è parso importante sottolineare la radice, per così dire, reale, di una storia che da subito ci appare fantastica e terrificante. Non è ambientata su un altro pianeta o in un’altra dimensione, ma a Derry, una cittadina come tante altre..ma ci renderemo conto che la normalità, come la intende King, non è che un velo che nasconde, una maschera che cela. Ciò che colpisce è l’irruenza con cui il soprannaturale entra nella realtà di tutti i giorni e scaraventa alcuni, quelli che riescono a vedere oltre, anche loro malgrado, nell’incubo inesplicabile.

Non a caso questi “eletti” sono bambini, non a caso sono quelli autoproclamatesi “club dei perdenti”, un gruppo di sei ragazzini che, ognuno a modo proprio, vive un incubo quotidiano che nulla ha di soprannaturale. Beverly, vessata da un padre violento, Ben, vittima dei bulli della scuola, Eddie, torturato da una madre ossessiva e ipocondriaca, Richie, pieno di complessi che tenta di affrontare con humor dissacrante, Stan, timido, fragile ed ebreo, Mike, afroamericano e soprattutto Bill, balbuziente e per questo preso facilmente di mira. Proprio Bill avrà sconvolta la vita dall’incontro col mostro, dalla morte assurda e raccapricciante del fratellino che giocava con una barchetta che lui stesso gli aveva regalato.

Il senso di colpa è il motore che lo spinge ad indagare e combattere, a squarciare il velo, a scendere nelle fogne e a stanare il mostro.
Il club dei perdenti diventa così il club degli eroi silenziosi, condannati all’oblio, che salva Derry dalla maledizione e nessuno glielo riconoscerà. Il premio non senza sacrifici, a distanza di anni, sarà la liberazione dagli incubi quotidiani, la rivincita personale su coloro che hanno tentato, senza riuscirci, di tarpare le ali all’umanità di ciascuno di quei bambini.

LA VIOLENZA
L’orrore ordinario in IT è costituito dalla violenza dei “grandi” sui piccoli. Gli adulti e i ragazzi più grandi sono i mostri quotidiani con cui i bambini devono fare i conti. Si tratta della violenza che il più forte esercita sul più debole in un mondo dove conta prevalere e umiliare, anziché accogliere la diversità e farne tesoro; la violenza è fisica e psicologica, fatta di abusi, ricatti, pressioni, omissioni che condizionano la vita dei piccoli, costringendoli a trovare strategie per sopravvivere. Una, e la più importante, è il GRUPPO.

I bambini si trovano e si scelgono perché riconoscono uno nell’altro l’esperienza esistenziale della sofferenza e la solitudine che ne deriva. Raramente la vittima di violenza si confida, anzi, troverò scuse su scuse per non dover spiegare. Ben Hanscom, per esempio, è perseguitato dai bulli della scuola, più grandi di lui, perché è grasso. Viene inseguito, dileggiato, molestato in modo pesante, ma alla madre dirà sempre, per giustificare i vestiti stracciati e sporchi e le ferite, che è caduto, ha scontrato porte, ecc. La madre così lo rimprovera, sommando violenza a violenza, in un circolo vizioso che avrebbe potuto portarlo a una vita di sofferenze, alla morte nel caso estremo. Ma il gruppo lo salva, offrendogli la possibilità del riscatto personale sui bulli e sul mostro nascosto nelle fogne, sull’orrore ordinario e straordinario, in una realtà dove ciò che manca è l’adulto e il senso di responsabilità che il mondo “dei grandi” deve assumersi nei confronti del più debole.

VITTIME E CARNEFICI
I bulli della scuola, a Derry, hanno dei segreti. Si presentano come alunni ingestibili da parte degli insegnanti e temibili da parte dei compagni, soprattutto da parte di coloro che in qualche modo si discostano dalla “normalità” e quindi sono percepiti come i più deboli. Ben Hanscom, che è grasso, Bill Tartaglia, che ha una forte balbuzie, Eddie, che soffre d’asma ed è estremamente mingherlino, Stan, l’ebreo e Mike, il negro. La violenza fisica e psicologica si scatena su queste persone, colpevoli solo di essere portatori di diversità. Tra i bulli, Patrick Hoekstetter è un personaggio delineato con precisione da King. Attraverso il flashback, si scopre che Patrick, percepito vagamente inquietante anche dagli insegnanti per quella sua aria continuamente assente, nell’infanzia si è macchiato del delitto del fratellino in culla, colpevole di avergli sottratto gran parte delle attenzioni dei genitori.

Ciò che sconvolge è la lucidità di Patrick nel giustificare a se stesso quel gesto orrendo: il bambino lo disturba, gli sottrae ciò che gli spetta, è una questione di sopravvivenza. Agisce e basta. Anche in questo caso l’adulto si volta dall’altra parte, si rende complice, infatti il padre vede degli indizi, ha una scintilla di consapevolezza ma l’orrore per ciò che intravede è troppo. Rinuncia e chiude il sospetto, anzi, la certezza, in fondo alla memoria. Patrick convive a lungo con la voglia repressa di rivivere il momento della morte, che l’ha eccitato sessualmente, ed inizia uccidendo le mosche dopo averle catturate con la carta moschicida fino alla scoperta della tortura.

E’ facile rapire colombi, gatti e cani e nasconderli nel frigorifero abbandonato nella discarica, dove osservare quanto ci mettono a morire di fame, sete o freddo; ciò che lo eccita è lo sguardo implorante di supplica degli animali mentre stanno morendo, quando ormai la debolezza ha spento in loro ogni velleità di ribellione. Anche in questo caso, gli adulti sono complici perché ignorano indizi importanti come la misteriosa sparizione di animali domestici che si verifica sempre nello stesso quartiere e la stranezza dello stesso Patrick.. E ciò conduce Patrick a sentirsi tranquillo e sicuro, perché nessuno si cura di lui e dei poveri animali scomparsi.

Uccidere gli animali è un ottimo allenamento, come lo è tormentare sadicamente i ragazzini più piccoli. Ma si tratta di sostituti, di allenamento, appunto. Prima o poi Patrick avrebbe ripetuto l’esperienza col fratellino, l’unica in grado di soddisfarlo pienamente, se IT non avesse posto fine alla sua esistenza.